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STORIA DI MONTELECO
Già, la storia della Cappella o della chiesa. Era inserita nei tempi. Dalla poca acqua di Fracconalto, che occorreva "smoscarla" per berla, ai ravioli fatti con le
trippe, allo stufato di mortadella americana, sbollita per sgrassarla, alla cotoletta di carne in scatola, al
famoso formaggio giallo del "piano Marshall", ai
quattrocentocinquanta grammi di pane usati da
ciascuno ogni giorno (oggi se ne usano meno di
centocinquanta)... E dalla faccia lavata al ruscello, alle
reti in ghisa della marina, sistemate per terra, ai ragazzi che arrivavano in corriera...sistemati anche sul tetto (non esistevano codici stradali), ai centoventi ragazzi per turno............…
La Cappella ricavata da due camere di casa 'B', con un campanile, esterno, di tronchi coperti di sacco era quasi un lusso !...Ma era piccola,
troppo piccola...e si pensò a qualcosa: un altare
in pietra? Una tettoia in muratura, che lo coprisse? Un muretto per cintarlo? O una 'pazzia' vera...che si chiamasse chiesa? "Io vorrei che si potesse vedere il cielo..." ; "Mio papà è fabbro, non si potrebbe fare un altare a forma di incudine?" ; "A me
piacciono tanto gli alberi!..." ; "Che bello poter vedere il Monviso e il Monterosa
laggiù..." .....Idee gettate lì...Tante idee, ma di progetti veri neppure l'ombra (che
fatica, anni fa, per il condono edilizio !!) Si decise comunque di partire; entusiasta il Cardinale Siri, entusiasti tutti! Se ne tracciò, più o meno, il perimetro e gli operai
cominciarono gli scavi per trovare la roccia su cui poggiare, ma pareva che la roccia si fosse nascosta. Non ce n'era. E fu allora che uno disse: "Ma una chiesa così, lunga e stretta, sembra un corridoio! Cerchiamo la roccia più a destra o più a sinistra" ....Si trovò la roccia, la misura giusta ed il posto per posare la prima pietra (sotto il pilone destro, guardando l'altare). Pareva tutto fatto. La prima pietra? Fu fissata la data. il 9 luglio 1955. Invitate tutte le autorità possibili da Genova, da Alessandria, dall'Azione Cattolica al nostro Cardinale. E finalmente al pomeriggio del 9 luglio tutto era pronto...ma due ore prima della cerimonia il capo operai disse crudamente: "Non ce la facciamo più ad aprire una stradina per arrivare sino a qui dalla carrabile": Che doccia fredda !
Ed un ragazzo intervenne: "Sulla strada della bocchetta c'è una ruspa. Verrà ?".
Era una delle prime che si vedevano in giro. Partirono due dei grandi, trattarono con l'operaio (non era il padrone) e quello accettò. Spuntò lentamente verso casa 'B', e piano piano ... si fece strada. Una altro ragazzo chiese: "Vorrà essere pagato?". Era chiaro, ma nessuno al momento ci aveva pensato. E subito incominciò una raccolta:
ragazzi, dirigenti, cuoche...Contammo i denari: centosettantaquattro lire e settanta centesimi, poco, in verità! Chiedemmo all'operaio: "La spesa?". Quello scarabocchiò un po' di conti su un foglio e rispose: "Centosettantaquattro lire e settanta centesimi." .
Gli sguardi si incrociarono e qualcuno esclamò: " Qua ci sono proprio gli Angeli ! "
Se era arrivato quello, perché non sarebbe dovuto arrivare anche tutto il resto ?
E dopo essere stata firmata, in forma solenne, da parte di tutte le autorità e di alcuni ragazzi, la pergamena ( ricordate? avevo trascritto il testo nel nostro primo numero, a Febbraio) fu posta in un incavo
della prima pietra e fissata con il cemento dal Cardinale Siri. Poi due operai calarono la pietra nello scavo pronto......Tutti si guardarono con le lacrime agli occhi, pareva che la chiesa fosse già costruita! Il Cardinale parlò; credo che nessuno dei presenti allora, sia in grado, oggi, di ricordare cosa disse. Le mie preziose fonti di informazione dicono che alla fine comunque gli scappò qualche parola in genovese. Il giorno dopo toccò agli operai iniziare le fondamenta: cemento, pietre e ferro. Per il cemento ed il ferro, non c'erano problemi ( era stato un regalo! ), per le pietre invece sì. Erano sopra e oltre l'attuale casa che ha annessa la cucina ( allora non c'era ancora ) e anche sopra la casa del fittavolo; il trasporto fu opera dei ragazzi: sembravano formiche in fila che si
passavano pietre dall'una all'altra, fino alle fondamenta, per tutto il tempo del loro
lavoro, dopo colazione. Sicuramente, per ragazzi non abituati, era una fatica improba... col capo operai che ogni tanto diceva: "Non c'è qualche pietra un po' più grossa?" ...e la voce passava lungo la catena. Don Ga dovette andare a Genova per impegni e gli capitò di fermarsi nell'attuale Piazza Dante. Era in costruzione il secondo 'grattacielo' e su un enorme spazio correvano meravigliosi i carrelli carichi, su rotaie sistemate nel
cantiere. Don Ga disse che in quel momento aveva pensato alla chiesa, ai ragazzi, agli Angeli.... Gli si avvicinò un signore: " Reverendo, guarda quei carrelli come se fossero d'oro, perché?!" "Perché! Ecco... noi siamo in una situazione molto simile alla vostra,
ma...senza carrelli!". E quel signore: " Si spieghi meglio", Don Ga
allora iniziò a raccontare... Ad un tratto quello: "Tutto qui? Le occorrono dei carrelli? Quanti? Come? Certo, ci vogliono anche le rotaie..." Don Ga annuiva, ma pensava alla spesa: "E come li porto fino a Monteleco?". "Ma Reverendo, non può mica
metterli sulla corriera! Glieli mando io". " La spesa? Non vorrà che glieli facciamo pagare...Al limite, se ve ne avanzeranno
ancora utilizzabili ce li riprenderemo" ( non andò così...alla fine
sui carrelli scorrazzavano i ragazzi!!). Quando, qualche giorno dopo, arrivarono al Leco sembrò un miracolo; furono subito montate le rotaie e ci fu solo la fatica di caricare e scaricare. Il lavoro poteva procedere molto più speditamente. Salivano lentamente i piloni di cemento armato, fu fatta la gettata del pavimento (quello dell'attuale teatro) e si cominciò a intravedere così la prima metà della struttura. Era la fine agosto .
A fine agosto 1955 pareva che la chiesa fosse arcifinita.
Le fondamenta, il pavimento dell'attuale teatro ormai in cemento, i piloni di cemento armato giunti all'altezza del pavimento della chiesa.… Si pensò che, entro l'anno, fosse possibile fare la gettata del
pavimento stesso. C'erano dei dubbi sul materiale da usare, sui denari, sul tempo brutto che si avvicinava, ma si credeva che gli
Angeli valessero più di queste cose. Don Ga e Don I tornarono a Genova, finiti i corsi per gli Aspiranti Capo di allora, lasciando a Monteleco alcuni operai, con il capo
cantiere. Era gente molto valida, legata all'ufficio Aspiranti di allora e alla chiesa in
costruzione (proprio alcuni giorni fa Don I ha incontrato a Molini uno di loro che vi
lavorò sodo) della quale ci si poteva fidare. Si trattava di costruire tutto il soppalco, con assi di legno puntellate da travi e di stendere a perfezione tutta la rete in ferro, per il cemento armato. L'esperienza non mancava e il lavoro proseguì in modo
magistrale. Il numero di operai era diminuito e il tempo passò veloce. Si arrivò quasi a fine ottobre. E allora cominciò il bello, io credo un po' il gioco a rimpiattino degli Angeli della chiesa. Si trattava di impastare il cemento e di gettarlo. Il capo cantiere sapeva che se entro quarantotto ore dalla gettata fosse arrivato il gelo, il cemento sarebbe andato a pezzi e gli operai
sarebbero stati costretti a spaccarlo e gettarlo via, rimandando tutto alla primavera seguente. Il capo cantiere era anche indispettito perché da Genova non si faceva vedere nessuno
(a quei tempi non esisteva il telefono neppure a Molini). A Genova erano a pezzi...stava morendo il papà di Don Ga e da Monteleco non giungevano notizie. E avvenne.... Il capo mandò due operai, a piedi, a sistemare delle latte (quelle della salsa) piene di acqua alla Bocchetta e al ponte che c'è verso Molini. Voleva vedere se ghiacciavano, perché nel paese la temperatura era sotto lo zero. E l'acqua ghiacciò! Attese due giorni e poi decise. Chiamò gli uomini liberi di Molini ad impastare il cemento con le pale (non esistevano impastatrici). In tre giorni fu fatta la gettata e, con il cuore sospeso, attesero.... Una notte, un giorno, una notte. Sulla Bocchetta il termometro segnava dieci gradi sotto zero, Molini quattro....Si arrivò alla fine del secondo
giorno. Il cemento era salvo!! E scoppiò a Monteleco un gelo pauroso. Si ritrovarono tutti alcuni giorni dopo aver celebrato i funerali del papà di Don Ga. Sul viso di ognuno affiorò un sorriso: bisognava ringraziare ancora una volta....Quelli di lassù!
..Passò l'inverno. A volte qualcuno faceva un passo a
Monteleco, partendo con la corriera, al mattino alle otto da Pontedecimo e tornando, alle diciassette, con quella del pomeriggio. Si voleva vedere se tutto era a posto...
E con il tempo migliore, in primavera, era in progetto di
ricominciare i lavori, per poter arrivare presto al tetto della chiesa. Si arrivò ad una specie di 'ispezione generale', da fare il 25 Aprile. Partirono alcuni: il capo cantiere con la moglie ( era anche cuoca nell'estate), suo figlio che faceva da autista , con la moglie ( anche lei cuoca da noi ), don Ga, don I, l'economo di Monteleco e qualche amico dell'Ufficio Aspiranti. La vista dell'insieme parve meravigliosa. I muri esterni in cemento, il piano di tavole su cui gravava il pavimento della chiesa e tanti pali in
legno, oltre cento, che sostenevano tutto. Giravano con curiosità fra i pali, per
rendersi conto del pavimento, dei muri grezzi, dell'insieme del lavoro, come bambini di fronte a chissà quale meraviglia e pensando che si trattava di una cosa tutta loro destinata a migliaia di futuri ragazzi, una chiesa in cui pregare, celebrare, cantare le cose di Dio e degli Angeli... Il sole era ancora caldo, c'erano solo quattro alberi grossi in pineta ( tutti gli altri li avrebbero piantati solo dieci anni dopo ) e uscirono dall'intrico di pali per parlare assieme. Dante, l'autista, e don Ivaldi si fermarono dentro; quasi per scherzo l'autista disse:" Don I, vediamo quanto tengono questi pali?" e afferratone uno lo scrollò con forza. Fu questione di pochi secondi: un palo, due pali, dieci tavole, venti pali.... tutto crollò in una tempesta di chiasso e polverone. Quelli che erano rimasti fuori restarono atterriti... quelli che erano dentro anche! Finito tutto, don Ivaldi e Dante si ritrovarono, ad un metro l'uno dall'altro, ritti in piedi e bianchi di polvere, in mezzo ad un mucchio di pali e di tavole, crollati l'uno sull'altro, stralunati, ma intatti. Non c'era neppure uno strappo nei loro vestiti.
Forse come reazione nervosa tutti gli altri scoppiarono in una risata, mentre i due venivano fuori a fatica. Qualcuno parlò per primo: "Quando ricominciamo i lavori del piano della chiesa?" Il capo cantiere rispose: "Domani vado a parlare ai muratori...." Forse qualcuno pens
" Già domani vado a parlare ai muratori " aveva detto il
capo-cantiere. Sul momento forse nessuno pensò: " E i denari? ". Però per fare dei lavori occorrono, ed occorrono anche per fare le chiese. Si tentò quindi un azzardo. Si stamparono dei tagliandi con la scritta "un mattone per Monteleco" e migliaia di ragazzi
(gli Aspiranti di allora) si sparsero per la Diocesi, chiedendo in cambio una lira (circa 20.400 lire di oggi). Si raccolsero 482.905 lire e Don Gino Bernardi, l'assistente
diocesano della G.I.A.C., ottenne dalla Diocesi il 3% delle offerte per la costruzione delle nuove chiese, dopo il disastro della guerra. Il lavoro continuò. Si alzavano
lentamente le mura grezze della chiesa attuale, si sopraelevò il piano per l'altare,
arrivarono i marmi per la sua costruzione e per il pavimento e si dovette pensare al
tabernacolo. Il responsabile abbozzò un disegno della porticina: una fuga di angeli in bassorilievo su bronzo. E si cercò l'artigiano: uno, due, tre ...rifiutarono. Finalmente in un vicolo presso Piazza Caricamento si offerse uno. Dieci, quindici, venti giorni
passarono in attesa. Alla fine rifiutò, arrabbiato perché aveva perso del tempo per quella stupidaggine. Finalmente si trovò uno che preparò l'attuale porticina. Non
ricordo chi fosse; ricordo solo la sua delicatezza meravigliosa. Intanto, si riguardava un po' tutto il lavoro fatto sino a quel momento e ad un certo punto Monsignor Cicali
osservò: " In teatro ci sono due porte che danno, a metà salone,
sull'esterno. Ogni volta che entrerà o uscirà qualcuno, darà fastidio ". Nessuno lo
aveva pensato. Allora si divisero i vani (è rimasto il segno sui mattoni) e si rifecero le porte sul fondo della sala. Ormai tutto pareva terminato; mancavano soltanto le
rifiniture. Ma stava cominciando il freddo e si dovette rimandare tutto alla prossima primavera, che arrivò con la data fissata per la inaugurazione della chiesa....quante
preghiere con questa intenzione! Nella primavera precedente si erano fatti ritiri per ragazzi, dal sabato alla domenica. Al mattino si saliva, con una scala in legno, sul
campanile ancora senza tetto per fare le preghiere godendo la vista, in lontananza, del Monviso e del Monte Rosa e chiedendo che la chiesa diventasse un qualcosa di
meraviglioso come loro. Gli ultimi giorni furono frenetici. Entrando in chiesa, la lastra di marmo della prima finestra del lato sinistro è più bassa delle altre . La sistemò un ragazzo per aiutare i muratori e... sbagliò misura. E poi ...
E poi....il giorno dell'inaugurazione, 13 luglio 1957. Si compiono quarant'anni proprio in questi giorni! E tanti, presenti in una
foto di allora, se ne sono andati col Signore. E tanti altri,
fotografati con in calzoni corti, sono ora con una buona
posizione di uomini validi nella vita. E tanti altri ancora, che alla chiesa arrivarono dopo, non erano nati. Ritornarono le autorità presenti alla posa della prima pietra. Il pavimento della chiesa
era in cemento, al posto delle sedie alcune vecchie panche, ma la gioia e l'entusiasmo di tutti non avevano limiti. Sull'altare c'era un piccolo crocifisso che ora è appeso in una sala di casa "B". Dall'altare parlò il Cardinal Siri; non si ricorda quasi nulla di quanto disse: soltanto che accennò a Monteleco come ad un posto dove Dio era
presente. E gli anni seguenti lo dimostrarono e lo dimostrano. Occorreva ancora un crocifisso grosso e bello. Arrivò l'attuale. Fu donato dalle Suore Turchine, il cui monastero era stato colpito durante la guerra e che erano state costrette a
depositarlo in un loro magazzino, insieme con altri due provenienti da conventi che avevano subito la stessa sorte. Invitarono Don Ga a sceglierlo. Gli mostrarono un crocifisso grosso, forse antico, ma veramente...brutto. Don Ga nicchiava. Gliene
mostrarono un secondo, con lo stesso risultato....e poi il terzo, che tutti conosciamo. Festa grossa e tante preghiere quando arrivò e fu esposto lassù per la prima volta. Poi fu la volta del pavimento (120.000 lire) e l'anno dopo le sedie, quelle che si
utilizzano ancora, centoventisettemilaottocentolire, frutto di alcune raccolte
durante le feste dei genitori. Per i.... 'ragionieri' posso precisare che, a conti chiusi, la chiesa e il teatro sottostante costarono in totale Lit. 15.827.871. Altri tempi,
forse, per i denari; per i ragazzi sono sempre gli stessi: i tempi di Dio.
La chiesa era terminata: Però...uno "protestava": era possibile che in una chiesa con Gesù presente mancasse un ricordo alla Madonna? Era possibile che in una chiesa dedicata agli Angeli mancasse un loro ricordo? Nella costruzione del campanile si era pensato al suo tetto attuale per potervi posare, al centro, una statua in bronzo di un angelo, con le ali spiegate. In realtà ci si trovò di fronte la difficoltà del far fare la statua e del collocarla. Ci sarebbe stata la necessità di un elicottero, che
allora era assurdo immaginare. Si pensò allora a immagini di angeli disegnati sui vetri delle finestre. Don Bernardi conosceva un artigiano artista che volentieri accettò di
preparare gli schizzi necessari. Il lavoro era quasi terminato quando l'artista mancò improvvisamente per un attacco cardiaco. Il lavoro fu ripreso dal figlio, che dovette a sua volta abbandonarlo per una grave malattia. Svanì pure, per la malattia di un
pittore, il progetto di dipingere una fuga di angeli sul muro interno della facciata
della chiesa. E allora si pensò che loro stessi avrebbero dovuto far sentire la loro presenza. Come? Certamente avrebbero saputo arrangiarsi ! E intanto si pensava alla Madonna. Qualcuno immaginò un'opera in cristallo, piatta, posta dietro al Crocifisso, nel gesto di sospendere la Croce. Ma la difficoltà era enorme. E a quel punto il
Signore provvide. A volte i "Don" celebravano la Messa su un altare in legno,
fabbricato dai ragazzi, in modo 'molto artigianale' , posto in uno spiazzo dietro
l'attuale campo da pallavolo, sul quale era posata una madonnina in marmo veramente bella. Ci rimase per anni. Ma un giorno un ragazzo arrivò all'ora di pranzo piangendo disperato: "Hanno rotto la Madonna dell'altare", corsero tutti e videro i frammenti. E un ragazzo sentenziò: " La riattacchiamo tutta". Don Ga era maestro in quelle cose: prese i frammenti, li ripulì, li ricompose e...rifece la statua, anche se senza mani. E un altro propose: " Non si potrebbe mettere in chiesa? " e in chiesa finì. E' la prima
statuetta in alto, delle tre che sono poste sul muro di fronte, a destra dell' altare. Passò del tempo. Un giorno a Monteleco si svolse un incontro di agricoltori
dell'alessandrino. Si congedarono alla sera ed il mattino dopo Don Ga e Don I
entrarono insieme in chiesa e videro una madonnina in gesso, sulla terza finestra a destra. Un "Oh !" di meraviglia e poi la esaminarono da ogni punto di vista. Mancava la testa di Gesù Bambino e Don Ga la tolse ad un angioletto ai piedi della Madonna e la pose al posto di quella di Gesù. E la statuina arrivò all'altare, la seconda dall'alto.
Dopo altro tempo, pochi anni fa, un ragazzo presente con la sua Parrocchia fece un racconto: " Ero in villeggiatura in Sardegna, a Palau, e un giorno volli vedere un poco che cosa veniva gettato in quello che a Genova chiamiamo Volpara. Mi inoltrai tra la spazzatura e ad un tratto vidi spuntare una testa. La afferrai togliendola da là e
scoprii una statuetta della Madonna, nera, sporca, ma bella." Si fermò, aprì un
pacchetto e disse: " Eccola....pensavo di metterla in chiesa, quì, con le altre...". E' la terza in basso. Poi cadde il muro di Berlino e un adulto, amico caro, arrivò con
un'icona: " E' la riproduzione di quella di Kiev ", disse e continuò:
" La mettiamo in chiesa? ". Ora è vicino alle statuette. Due anni fa, durante un turno,
venne a Monteleco il Cardinale Canestri. Guardò le statuine e si sentì dire:
" Eminenza, non si possono tenere le immagini così, in chiesa, ma ognuna ha una sua storia, La ascolti...". "State tranquilli rispose, non si offendono certamente!
E aiuteranno qualcuno a pregare Lei ". E oggi chi entra in chiesa le vede tutte
assieme, vicino all'altare. Sono veramente belle !
E i quattro passi nella storia della chiesa di Monteleco, anche se a grandi linee o a passi molto lunghi, sono terminati. La storia vera
però è quanto è stato scritto sull'immagine ricordo dei
quarant'anni della stessa chiesa: -Quaranta anni di lavoro di Dio-. E Don I ce lo può testimoniare. "Il mio lavoro più grosso, da prete, è stato in Seminario e al Leco. In seminario ho confessato ragazzi per quarantaquattro anni, al Leco ho chiacchierato e confessato
per quarantasette. E il lavoro forse più grosso di Dio non è il perdonare i peccati ma il fare ricchi di grazia, tanto che qualche volta io ho pensato che quel ragazzo, in quel momento, era veramente santo anche nelle cose più difficili. Credo che, a raccontare solo quanto si ricorda non uscirebbero soltanto sette articoli di giornalino, ma volumi di santità. Quella è la storia della chiesa, vera quanto quella materiale. E quella è scritta per l'Eternità." Torniamo ora alle cose materiali.... Sapete la storia della
luce? Perchè occorre, per le cene, per le serate, per la cucina, non se ne può fare a meno. E se in camera, per andare a letto, si usavano delle semplici candele (oggi si brontola se manca la corrente elettrica, anche solo per pochi minuti) in cucina e in refettorio c'era un lusso: i lumi a petrolio, con stoppino, coprilume in vetro e...tanta buona volontà per vederci. Non si ascoltava certamente il giornale radio, ma veniva pensato, scritto, trasmesso...in proprio. Don I e Antonio Todde, un educatore oggi avvocato, passavano ore e ore, tutti i giorni, per prepararlo, ed era un insieme di
notizie, canzonature, canti legati all'ambiente e alla vita di lassù (finita la Chiesa, in un giorno nel quale il Cardinal Siri era a pranzo a Monteleco, una voce annunciò: "Oh Angeli custodi, dite un po' voi al nostro Cardinale che abbiamo un po' di debiti...").
Fu una vera novità l'aver avuto dalla Ditta Costa alcune lampade a petrolio che si
caricavano, si portavano alla pressione giusta e rendevano incandescenti le retine a loro collegate. Una luce meravigliosa. In cucina, nel soffitto, c'è ancora un gancio a cui venivano appese. Ed un giorno, non si sa come arrivò, si entrò in possesso di un vecchio motore di carro armato, fissato ad un blocco di cemento, in un ripostiglio, al posto delle attuali docce. Funzionava a benzina e fabbricava elettricità per tutta casa A. Il rumore era assordante e le vibrazioni facevano tremare i muri. Durò alcuni anni e poi venne fatto un passo avanti. Arrivò un gruppo elettrogeno molto più silenzioso e che serviva a meraviglia per quei tempi. Al Leco ci si sentiva ormai dei signori... quando giunse una notizia. A Fontanigorda, per la crescente richiesta di elettricità del paese, dovevano cambiare la turbina. Poteva interessare la vecchia! Furono
momenti di indecisione per la mole di lavoro che sarebbe stato necessario, ma il capo cantiere e gli operai della chiesa si gettarono a tuffo nell'impresa. Occorreva
scavare la cisterna alle Sette Fontane, raccogliere le acque della sorgente, costruire un acquedotto che coprisse i centotrenta metri di dislivello ,fare in modo che, in
basso, l'acqua avesse almeno dodici atmosfere di pressione e usare tubi di eternit, interrati ad una certa profondità, per difenderli dal freddo e dai danni. Fu un lavoro massacrante di scavo, fatto interamente a mano, e di stesura dei tubi. Credo sia durato alcuni mesi. Nel frattempo si costruì un locale (quello attuale) in cui porre la turbina, che era stata smontata e portata là da Fontanigorda. Fu preparato l'impianto, i cavi aerei (poggiati sui tronchi degli alberi) e una sera, durante un campo
regionale di Aspiranti, il gruppo elettrogeno improvvisamente si fermò: grida,
lamenti, paura di rimanere al buio per qualche guasto e poi, di colpo, una luce più
forte, bella, impensabile per Monteleco, rischiarò tutto. E le grida divennero di gioia e di entusiasmo. Si andò avanti per anni, con tubi che scoppiavano, acqua che mancava, energia che si abbassava. E un giorno, per tamponare il quasi buio, Don I montò,
collegandole alla corrente molto scarsa a 220 V, le vecchie lampadine da 125, che quasi sembravano lucerne di Corso Italia. Finalmente i responsabili di Novi Ligure
accettarono di allacciare anche Monteleco alle linee dell' ENEL, che stava montando sulla Provinciale una cabina terminale, per soddisfare altre richieste. E anche
Monteleco diventò....Enel-dipendente! Corrente a 220, a 380, macchine, frigoriferi, celle frigorifere...Sono diventate cose necessarie dove prima non esisteva nulla.
Finora però ci si è salvati dalla televisione e dagli apparecchi radio per la comunità. E poichè, secondo quanto mi è stato riferito e ho avuto modo di verificare di persona, non ci sono stati ragazzi che ne abbiano ancora sentito la mancanza io penso possa
essere un bene per il corpo e per una maggiore serenità nello spirito!
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